Diario di un tirocinante

Il Gruppo come esperienza di formazione sistemica

Dott. Valerio Elia
Laureato in Psicologia clinica e di comunità – Tirocinante post-lauream presso il Centro Caraxe

La formazione sistemico-relazionale non si ferma alla mera trasmissione di teorie e prassi. La formazione sistemica invoca l’esperienza sistemica. Gli psicologi in formazione, attraverso l’utilizzo di strumenti gruppali, apprendono la responsabilità che deriva dall’essere coinvolti in un sistema di relazioni, la capacità di appartenere ad un gruppo e al contempo di individuarsi, assumono come proprio il potere intrinseco alla relazione pervenendo ad una conoscenza più autentica delle dinamiche che avvengono nello spazio che intercorre tra sé e l’altro e, soprattutto, ad una maggiore consapevolezza di se stessi attraverso la circolarità delle risonanze emotive: sapere, saper fare e saper essere rappresentano una conoscenza cruciale ed indissolubile della psicoterapia sistemica e si manifestano con grande chiarezza, seppur nella loro complessità, in un assetto formativo che di per sé sia in grado di coglierli: il gruppo.

 Attraverso la scrittura di un diario è possibile preservare la conoscenza della propria storia definendo l’agire personale entro un intricato sistema di relazioni e di esperienze. Un diario è custode del proprio esserci, depositario del vissuto condiviso che plasma la persona e, al contempo, forma condivisibile attraverso cui leggersi e narrarsi. “La poesia è la pelle del poeta” diceva Alda Merini, riconoscendo alla scrittura un valore identitario e relazionale, come fosse un oggetto dentro cui riconoscersi e attraverso cui conoscere. Un diario collettivo, come quello adoperato da Caraxe nella formazione degli psicologi che svolgono il proprio tirocinio professionalizzante presso il centro, diviene strumento di conoscenza e di esercizio delle teorie e delle prassi sistemiche. Si tratta di uno strumento co-costruito da ciascun tirocinante che, a turno, riporta l’esperienza gruppale di ogni incontro filtrandola attraverso la propria individualità: uno strumento, dunque, adatto a raccogliere la complessità relazionale, capace di istigare a rivolgere contemporaneamente l’attenzione a sé e all’altro, in grado di alimentare la consapevolezza dell’essere parte di un’esperienza complessa che nasce dall’incontro. Uno strumento assolutamente adeguato a maturare le competenze necessarie alla psicoterapia; attraverso cui conservare la memoria della metamorfosi collettiva di un gruppo mutevole, che cambia al cambiare dei suoi membri e anche delle contingenze che lo attraversano: le esigenze determinate dalla pandemia, ad esempio, hanno imposto al gruppo di incontrarsi in remoto, tramite piattaforme virtuali.

Le pagine che seguono sono tratte dal diario dei tirocinanti e raccontano l’esperienza di un incontro avvenuto on line condotto dalla dott.ssa Falciatore durante il quale emerge l’importanza del diario, del role playing e della relazione gruppale stessa quali vivi strumenti di formazione psicologica e sistemica.

 

In remoto, di nuovo. Ancora una volta schiacciati scomodamente dentro uno spazio bidimensionale. Costretti ad abitare un limite, costretti a confinare la ricchezza dei nostri universi nel perimetro di uno schermo. Di una piattezza incapace di accogliere la conoscenza, l’autenticità dell’esserci come corpo e pensiero. Ancora una volta ci riduciamo a spettri virtuali, decarnificati, mutilati.

Le parole del diario (lo stesso che sto scrivendo in quello che per me è il presente, ma nel futuro sarà il passato di chi leggerà) invocano tridimensionalità, trascendono lo spazio ed il tempo, esigono di restituire profondità all’esperienza. Un paradosso: raccontare una profondità invisibile agli occhi, poiché appiattita in un banale schermo luminoso. Per questo, forse, ancora una volta, il diario è stato tralasciato, ancora una volta abbiamo perso l’occasione di scrivere, di ritrovare valore attraverso questo strumento. La si è persa nell’operatività, nella praticità delle tante cose in cui siamo coinvolti che forse abbiamo lasciato prevalere sul riflettere e sul sentire. Ancora una volta sono state lasciate bianche delle pagine: il silenzio ha fagocitato l’esperienza passata, lasciando echeggiare un tacito grido di libertà.

Eppure, vi è nello scrivere un disvelamento di quella -solo apparentemente- perduta presenza che ammutolisce. Il diario è il canale attraverso cui sviluppare una mente gruppale, un sistema in cui divenire più di sé stessi, in cui estendersi divenendone parte integrata, non mero resoconto di contenuti, ma costruzione condivisa, narrazione collettiva informata dallo stile e dal sentire di ciascuno, che vive di chi scrive e al contempo diviene spazio che accoglie reciprocità e relazioni. Spazio che allena l’attenzione a sé e all’altro allargando l’Io nella gruppalità che è occasione di conoscenza, spazio che allena alla psicoterapia in quanto essa esige di cogliere un processo relazionale. Essere presenti, custodire una memoria.

Si tenta allora di rievocare la memoria dell’ultimo incontro (quello tenuto dalla dott.ssa Minutillo su “La Grande Magia”, la commedia di Eduardo De Filippo) seppur senza il supporto di un diario scritto.

Ma il silenzio prevale ancora. Come se la parola stentasse a prendere forma attraverso uno schermo, come se il virtuale sopraffacesse la creatività. Poiché l’Arte allude a canali non cognitivi, tende a generare ponti che forse fanno fatica a costruirsi nella bidimensionalità del virtuale. Ma anche in questo risiede la grande ricchezza dell’umano: creare realtà altre rispetto all’immanente, come fa l’illusionista, come il terapeuta che deve mostrare una realtà nuova rispetto a quella in cui sono invischiati i pazienti, rigenerando la parola attraverso nuove forme espressive. Ciascuno possiede un proprio personalissimo stile, quello che nel diario si pone a servizio del gruppo, quello che nell’Arte plasma la Bellezza e nella terapia nuove prospettive. Varie forme di intelligenza, potenziali eterogenei che possono realizzarsi attraverso una moltitudine di strumenti.

Eppure, domina ancora il silenzio. Si interrompe con una richiesta che forse veicola l’esigenza di esserci, di riappropriarsi di una presenza concreta, incarnata: almeno le sbobinature, forse, almeno quelle, potrebbero svolgersi in presenza.

Un’attività -quella dello sbobinare alcune delle psicoterapie che vengono registrate presso il centro- che si svolge in coppia, in una dualità gruppale che pare l’unica speranza di ridare corpo ai fantasmi pixellati che siamo e tornare a partecipare della vitalità del contesto Caraxe, e farlo insieme, nei limiti del possibile. Ma una delle coppie di lavoro sta per dividersi: per S. è l’ultimo giorno e, per questo, rende il nostro gruppo depositario di quanto la sua esperienza da tirocinante è stata in grado di lasciarle: recuperare la centralità dell’emozione e farlo nell’organicità del gruppo che è in grado di dare forma circolare all’esperienza e fare in modo che tutto torni al soggetto con un carico di ricchezza evolutiva, complessità e Bellezza facendo breccia negli schemi abitudinari a cui si aderisce molto spesso per inerzia incastrandosi in modalità che condizionano l’essere impostandolo in una forma artefatta e fintamente comoda. Quello dello psicologo è un lavoro che impone di toccare la complessità.

Ancora silenzio, stavolta più labile, più pronto ad essere rotto.

A partire dalla creatività, dallo scambio della coppia, del gruppo, dalla complessità si delinea il modo attraverso cui interrompere definitivamente questa esperienza mutacica. Siamo pari? Sì, siamo dieci. Vengono formate delle coppie che dovranno uscire dal gruppo per una ventina di minuti per uno scambio duale che verrà poi immesso di nuovo nel gruppo. Per dieci minuti a testa presenteremo noi stessi all’altro che intanto rimarrà in assoluto silenzio, in assoluto ascolto.

E così rimango in ascolto di D. nella prima parte del nostro scambio. Ha per immagine del profilo l’Estate di Alphonse Mucha, una bellissima ninfa incoronata di papaveri che siede sulla riva di un fiume lasciandosi sfiorare i piedi dall’acqua. Trascorrono dieci minuti, che a D. sembrano tanti di più. È il mio turno. La mia riservatezza mi spinge ad utilizzare il copione di sempre, adatto a questo tipo di evenienze. Parlo delle stesse cose di sempre e lo faccio molto lentamente, perché so che è questo il trucco per riempire più facilmente i dieci minuti.

Tornati nel gruppo, una seconda consegna: diventare l’altro. Parlo come fossi D.; temo di non rendere giustizia all’Umanità che mi è stata condivisa. Scado un po’ in un’imitazione. Me ne dispiaccio. Ripeto quello che ricordo: troppo poco. Eppure troppo, perché sento di star tradendo la fiducia riposta nel mio ascolto. Ma poi tocca a lei. Tocca a me vedermi in lei. D. mi parla. Ed io mi sento parlato, agito, interpretato, mi sento io eppure altro. Mi riconosco e disconosco. Sono le mie parole, ma sono altre parole, sono quelle non dette, che io non direi. Sono quelle parti infinitesime di me, le più impoverite, che trovano nuova verità, una voce attraverso cui essere dette, conosciute. Non sono più io, eppure sono io, sempre stato io, e ora non più mero me stesso ma oggetto gruppale, parlato da altri, visto da altri, reso altro da me, da mero individuo a parte condivisa. Attore e spettatore insieme di una vita che non appartiene al mio solo io, adesso. E quei frammenti infinitesimi, nutriti dall’altro, tornano vivida carne pulsante, che sento ardere nello stomaco, come fossero pezzi incandescenti di una storia mia eppure non mia. È una grande magia. È la conoscenza. È l’Arte dell’essere umani, dell’essere insieme, è esporsi, come un dipinto, che sarà sempre uguale a sé stesso, eppure avrà tante bellezze quanti saranno gli occhi che lo guarderanno. È come l’Estate di Mucha di cui si decanta la provocante sensualità e in cui io vedo solo degli occhi gonfi di un pianto appena finito. È lasciarsi dipingere, rendersi opera d’Arte esposta agli sguardi di tutti. È fare propri quegli sguardi per guardarsi e guardare in una maniera inedita.

Così ciascuno dipinge l’altro in sé stesso attraverso il racconto in un meraviglioso sforzo creativo che investe il gruppo della sua Bellezza. E ognuno riprende i propri pezzi, ritrova la possibilità di toccare la propria essenza attraverso l’altro che, intanto, si sforza di restituire noi stessi, di trasformarsi in un Caronte capace di accompagnare in una tanto complessa quanto ricca esplorazione identitaria, entrando nella nostra vita, vivendo le nostre vite, facendo esperienza del nostro Io. Si dà forma all’immagine caleidoscopica di ognuno di noi, l’occhio si sforza di vedere oltre il già visto, di vedere le tante parti del Sé, dell’altro, del gruppo stesso. Si ingenera una dimensione creativa di conoscenza attraverso il racconto di un racconto, attraverso il ridare forma all’esperienza producendone, di fatto, una forma nuova, più capace, depositaria di una complessità inedita. In questo modo è possibile abitare con maggiore consapevolezza i propri spazi, i propri vissuti e rendere la propria stessa persona uno strumento capace di accogliere complessità, uno strumento da mettere al servizio dell’altro in qualità di psicoterapeuta. Conoscersi e riconoscersi assistendo allo spettacolo della propria umanissima immagine riflessa in un’altra umanità.

Così, senza che ce ne accorgessimo, lo schermo si è reso ponte immateriale, connessione umana, vera. Una terza dimensione si è imposta a restituire profondità alla piattezza del bidimensionale. Una terza dimensione non fisica, diversa dallo spessore dei corpi: una dimensione altra, parametro di una mente gruppale, di densità umana. Una Grande Magia.

 

Bibliografia:

  • Haley J. “Formazione e supervisione in psicoterapia”, Erickson (1997)
  • Merini A. “Aforismi e Magie”, BUR (2013)
  • Whitaker C., McComb B. “An interview with Carl Whitaker”, SAGE Publication (1981)

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